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mercoledì 26 settembre 2012

Fez, struzzi & manganelli. I migliori giallisti italiani raccontano il ventennio fascista

26 storie, aventi come tema centrale l'ambientazione nel periodo fascista. Dall'avvento del fascismo nel 1922, con Giulio Leoni (in cui si per mano di una suicida, tutta la storia poteva essre cambiata). Fino ai giorni violenti dell'inverno 1944-45, con gli scontri tra partigiani, brigate nere, SS. Sono racconti violenti, che testimoniano la rabbia, la mancanza di rispetto per la vita, per gli avversari, di chi non ha nulla da perdere. Mi riferisco a "L'unico fascista buono" di Alan D. Altieri, "A cercar la bella morte" di Ettore Maggi. Questo forse è il miglior racconto della raccolta, perchè raccoglie in sè, tramite i ricordi di un partigiano che ha combattutto troppe battaglie,  molti aspetti e le evoluzioni della lotta antifascista. Dagli anni della guerra di Spagna dove si diceva "oggi in Spagna, domani in Italia", finiti con i fascisti comunisti eliminarono le fazioni trozkiste.

Agli anni bui, in Francia, sotto la minaccia delle spie dell'OVRA, che riuscirono ad eliminare i fratelli Rosselli. Fino alla repubblica sociale:

"La cosa strana di questa strana repubblica di Salò è la quantità di corpi, milizie, legioni. A parte l'esercito di Graziani e le SS italiane, c'è la Decima Mas di Borghese, la Guardia Nazionale repubblicana di Ricci, le brigate nere di Pavolini, c'è la Muti a Milano, il reparto di Pietro Koch a Milano, quello di Caruso, quello di carità, che di carità ha solo il nome . Ci sono tantissime formazioni che si combattono tra di loro. C'è un'aria di disgragazione,  putrefazione. Molti probabilmente sanno di andare verso il nulla e vogliono trascinare tutto verso il nulla, verso la morte. Forse è per questo che ci sono tanti simboli che richiamano la morte. E poi, ci sono i fascisti fanatici, ci sono quelli che vogliono la pacificazione, ci sono quelli che si arricchiscono e sis stanno costruendo un futuro per quando finirà la guerra, intransigenti nei comizi, ma che trattano col nemico segretamente, e ci sono anche i socializzatori. Ci sono persino socialisti come Silvestri e come Bombacci, che proprio qui a Genova ha fatto un comizio da sindacalista rivoluzionario e ha detto che soltanto Mussolini potrà fare la rivoluzione proletaria e riportare il fascismo all'ideale rivoluzionario originale. Ci sono sadici cocainomani che formano reparti di polizia, ci sono attori morbosi che assistono alle torture nelle varie Ville Tristi e si fanno fotografare con i gerarchi. Ci sono ragazzini di 17 anni che si vogliono arruolare nella Decima per salvare l'onore dell'Italia, per cancellare l'8 settembre. C'è davvero di tutto nella RSI. Repubblica Sociale sì, ma pur sempre italiana."
Altri racconti preferiscono raccontare la quotidianità della vita, sotto l'ombra del fascio: "Lo strummolo con la tiriteppola" Diana Lama, "Un delitto a fumetti" Ernesto G. Laura (dove una redizione di un fumetto si inventa un delitto all'interno del gruppo in crisi per alcune tavole relative a Tarzan, sulla rivista audace).
Non tutti i racconti sono ben riusciti: lo stile del racconto breve probabilmente non si addice ad autori che hanno bisogno di più pagine per far lievitare la storia. Ma comunque tutti servono a ricreare quel clima del ventennio, le divise, il voi anzichè il lei, il gerarca intoccabile, a volte in modo più efficace delle pagine dei libri di storia.

Indice:
Introduzione (Gian Franco Orsi);
L'unico fascista buono (Alan D. Altieri);
Fortunae plango vulnera (Andrea Carlo Cappi);
Scarpette rosse (Alfredo Colitto);
Un delitto in via Panisperna (Danila Comastri Montanari);
La gabbia del canarino (Nino Filastò);
Sembrava che vi conosceste (Marcello Fois);
Scarface (Leonardo Gori);
Agro Agro Pontino (Carmen Iarrera);
La vestale (Sergio Kraisky);
Lo strummolo con la tiriteppola (Diana Lama);
Un delitto a fumetti (Ernesto G. Laura);
Fascismo = velocità + ardore (Giulio Leoni);
Ero un ragazzo prodigio (Carlo Lucarelli);
Oratorio funebre per l'assassinio del Cinno con tre voci recitanti e un morto (Loriano Macchiavelli);
A cercar la bella morte (Ettore Maggi);
Attendo istruzioni (Maurizio Matrone);
La galleria dei titani (Giancarlo Narciso);
I ragazzi del molo (Divier Nelli);
Il segreto di Karcheloko (Giancarlo Pagani);
Il sangue dei santi (Ben Pastor);
Anime amareggiate (Claudia Salvatori);
La velata (Giampaolo Simi);
Per sempre (Alda Teodorani);
Piazza della passera (Franco Valleri);
Omicidio di frontiera (Diego Zandel);
Un uomo di cultura (Giovanni Zucca).


aprile 2005
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Fatherland: i personaggi

Questi alcuni personaggi del libro "Fatherland":
Sepp Dietrich: generale delle SS, fondatore della Leibstandarte SS Adolf Hitler (I div. SS). Arrivò a comandare un'armata corazzata durante la controffensiva delle Ardenne, nell'inverno del 44. Condannato per crimini di guerra, anche per l'episodio del massacro di Malmedy (82 prigionieri alleati uccisi), fu condannato a morte. Graziato, morì nel 1966. (Wikipedia)
Odilo Globocnick: ufficiale SS, nel 1939 fu responsabile SS del distretto di Lublino. Nel 1941 collaborò alla costruzione dei lager di Belzec, Sobibor, Treblinka (1942). Fu responsabile della morte di 1.5 milioni di ebrei polacchi, austriaci, tedeschi, cechi, russi durante l'operazione "Reinhard", l'operazione di pulizia dagli ebrei chiamata così in onore di Heydrich. Catturato nel 1954 da una pattuglia britannica, si suicidò. (Wikipedia)
Reinhard Heydrich: capo del RSHA delle SS, ufficio centrale della sicurezza del reich, da cui dipendeva la Gestapo (la polizia segreta), comandata da Muller, la Sipo (controspionaggio) e la Kripo (la polizia criminale) comandata da Nebe. Ferito da partigiani Cecoslovacchi in un attentato, morì nel 1942. Fu sostituito da Ernst Kaltenbrunner.
Artur Niebe: capo della Kripo (dipartimento di polizia criminale delle SS, all'interno dell'RSHA ufficio centrale per la sicurezza del reich ) nel 1936. Incriminato per l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944, fu giustiziato il 21 marzo 1945. (Wikipedia)
Heirich Himmler: Reichsführer delle SS, di cui prese la guida nel 1929, di cui ne rafforzò la struttura, fino a farle diventare uno stato nello stato. Si suicidò, dopo la cattura da parte degli alleati, nel maggio 1945. (Wikipedia)
Adolf Eichmann: capo della sezione ebraica del dipartimento della Gestapo di Berlino. Pianificò la “soluzione finale”. Riusci a fuggire dalla Germania grazie all'organizzazione Odessa, e fuggire in Argentina. Fu qui scovato da Wiesenthal, nel 1960, e giustiziato dagli israeliani nel 1962.
Ufficio Centrale per l'economia (WVHA): le SS erano divise in diversi uffici centrali, tra cui l'ufficio per la sicurezza, RSHA (da cui dipendevano Gespapo e SD) e l'ufficio per l'economia, comandato da Oswald Pohl. A sua volta questo ufficio era diviso in 4 sezioni:
  • Amtgruppe D: si occupava dei campi di concentramento. Comandato dal generale Glucks.
  • Amtgruppe W: ecomonia.
  • Amtgruppe B: forniture
  • Amtgruppe A: finanzia e giustizia

Fatherland di Rober Harris

Berlino 1964: l'impero nazista domina l'Europa. Rimangono solo delle sacche di resistenza russa, che combattono sulla linea dei Monti Urali. L'esercito tedesco ha sconfitto, nell'estate del 1942, l'armata rossa, ha costretto alla resa l'impero britannico (riconvertendo i propri codici in modo che non venissero deriptati da Ultra) e bloccando gli americani col lancio di un'atomica su New York. La società tedesca è formata da famiglie in divisa, dove sotto uno strato superficiale di consenso, si nascondono vizi, brutalità di un regime che si regge con la repressione, corruzione dei funzionari. In questo mondo l'ispettore della Kripo (la polizia criminale delle SS) Xavier March è costretto ad indagare sulla morte di un alto funzionario del regime nazista.

Sono giorni convulsi a Berlino: tra poco verrà festeggiato il Furhertag, il 20 aprile, per i 75 anni di Hitler. Inoltre sempre in quei giorni il presidente degli Stati Uniti, Kennedy, sarà in visita in Germania, per stabilire un clima di distensione, di pace, dopo gli anni di “guerra fredda” dopo la 2 guerra mondiale. March non è un nazista convinto un “asociale”, separato dalla moglie e odiato dal figlio, che ora riversano il loro amore per un uomo del partito, “un fanatico della peggior specie, un burocrate della sede centrale berlinese del partito”. Tutta la società tedesca è ora in divisa, composta da appartenenti alle associazioni del partito.
La ex famiglia di March non fa eccezione: “March continuò a pensare al cane e si rese conto che in quella casa era l'unico essere vivente che non portasse l'uniforme”. Anche la città di Berlino testimonia la grandezza del nazismo: dopo la guerra sono stati costruiti molti monumenti, l'Arco di Trionfo, il Viale della Vittoria “più alto, più lungo, più grande, più ampio, più costoso .. Anche nella vittoria, pensò March, la Germania conservava un complesso di inferiorità”.

Altre morti, di gerarchi nazisti, seguono: dopo Buhler, Stuckart, ex segretario di stato del ministro degli interni. Il cadavere è scoperto da una giornalista americana, che doveva intervistarlo: critica nei confronti dell'amministrazione Kennedy, che è in visita in Germania per rastrellare voti, per le elezioni di novembre. Critica anche nei confronti del nazismo
“Le migliaia di dissidenti che voi rinchiudete nei campi. I milioni di ebrei spariti durante la guerra. Le torture. Gli omicidi. Mi dispiace parlarne, ma noi abbiamo l'idea borghese che gli esseri umani abbiano dei diritti. Lei dov'è stato negli ultimi anni?”.
Qualcosa scatta nella mente di March: lui, come tutta la popolazione civile, non vuole sapere che fine hanno fatto gli ebrei, che vivevano nella porta accanto, nello stesso quartiere e che, ad un certo punto, sono stati traferiti ad est. Per non fare più ritorno. Con l'aiuto di Charlie, la giornalista, scopre che i tre, Buhler, Stuckart e Luther (un altro gerarca, scomparso poco prima della morte dei primi) erano gli unici superstiti degli undici partecipanti al famoso convegno del Wannsee (gennaio 1942) in cui si era decisa la "soluzione finale" della questione ebraica. Luther aveva depositato in una cassetta di sicurezza i documenti che provavano l'esistenza della “soluzione finale”. Perchè? Se la Germania avesse perso la guerra, sarebbero stati processati come criminali; e se la Germania avesse vinto, forse un giorno sarebbero stati usati come capri espiatori del più grave genocidio della storia.
Per questo i documenti non portano la firma del fuhrer e ora devono sparire, come le persone che ne sono a conoscenza, per favorire il clima di distensione e per mettere a tacere le voci per cui
“i tedeschi hanno rastrellato tutta l'Europa per scovare tutti gli ebrei ... si parla di fosse comuni, di esperimenti medici, di campi dove la gente entrava e non usciva più. Parlano di milioni di morti. Ma poi arriva l'ambasciatore tedesco e racconta che si tratta solo di propaganda comunista.”
Endlosung: soluzione finale. La parola martellava nella mente di March. Che riesce alla fine a scovare i documenti: testimoniano, col lessico della burocrazia, la pianificazione dello sterminio, nei modi, nei mezzi e nei tempi
“gli ebrei dovranno essere portati, sotto una direzione appropriata e in modo appropriato, all'est .. l'elemento più resistente dovrà essere trattato in modo appropriato .. ”
le parole adatte per evitare le precisazioni spiacevoli. Il libro termina con March che, come un eroe solitario, si fa uccidere per permettere alla giornalista di fuggire e salvarsi. L'autore lascia in sospeso la storia generale: riuscirà Kennedy ad essere rieletto ?, Hitler a mantenere il governo ?
Thriller fantapolitico, costruito da Harris con grande cura nella ricostruzione della società tedesca; anche i documenti citati sono veri (purtroppo), come i personaggi legati al convegno di Wansee. Il tema centrale è la negazione della verità storica in una Germania diventata “uno stato di polizia è un paese governato da criminali”, come recita una scritta dentro una prigione della Gestapo. Una Germania che crede alle simulazioni trasformare la verità. Harris cita una frase di una SS riportata da Primo Levi per cui i nazisti avrebbero comunque vinto la guerra contro gli ebrei perchè nessuno avrebbe creduto all'enormità dei loro delitti. Forse avrebbe potutto accadere veramente (e questo libro apparirebbe ora meno fantascientifico): Wiesenthal, nel libro “Giustizia, non vendetta”, afferma che fu solo dopo il processo ad Eichmann (anche lui presente a Wansee) che non fu più possibile negare l'olocausto. Fu Eichmann , nel 1962, con la sua deposizione a sbugiardare la voce che voleva gli stermini di Aushwitz una menzogna.
In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimmarrà per poter portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perchè noi distruggeremo le prove insieme a voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La storia dei lager, saremo noi a dettarla.
Ufficiale SS, citato in "I sommersi e i salvati" di Primo Levi.

Aprile 2005
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In cerca di una patria di Alfio Caruso

La guerra del nostro esercito, durante la seconda guerra mondiale, dal 8 settembre 1943 fino al maggio 1945. Una guerra dimenticata: se le battaglie compiute a fianco dell'alleato germanico vengono ricordate a malapena, quasi con vergogna, questo è prorio un capitolo assente dai libri di storia. Alfio Caruso si da il compito di riportare a galla questa pagina, come già avvenuto per la storia del massacro della divisione Acqui a Cefalonia, raccontato nel libro “Italiani, dovete morire!”. O come la storia della ritirata degli alpini in Russia, quando accerchiati, feriti, dovettero combattere per spezzare l'accerchiamento delle truppe corazzate russe, nel libro “Tutti i vivi all'assalto”. Nel suo precedente libro, “Arrivano i nostri”, aveva svelato i retroscena dello sbarco alleato in Sicilia, nel 1943, le complicità tra mafia, massoni, doppiogiochisti della marina italiana per abbattere il fascismo in Sicilia e preparare il terreno agli alleati.


In questo libro si parla di quanti, l'8 settembre 1943, dovettero porsi la domanda: da che parte stare? Cosa faccio? Alla notizia dell'armistizio, con il re, Badoglio, la corte i più alti gradi dell'esercito in fuga, le nostre forze militari si trovarono impreparate a fronteggiare la reazione dei tedeschi. Molti scappano, qualcuno sceglie di andare dalla parte dei tedeschi, ma molti decidono di impugnare le armi contro quello che fino a ieri è nostro nemico. Occorre riscrivere la storia, sollevare dal fango lonore della patria (una patria né monarchica né repubblicana, ma solo una patria in cui ritrovarsi). Il prezzo pagato per questa scelta è stato alto: 86000 morti, dei quali 25000 nel solo mese di settembre, il settembre nero dell'esercito italiano.
Morirono sui campi di battaglia e nei lager tedeschi: ma di loro non se ne parla mai.
La tesi sostenuta dall'autore è che al termina della guerra fu stipulato un compromesso “l'Italia che si appoggiava agli Stati Uniti lasciò alla Sinistra il monopolio e i meriti della resistenza; di converso, l'Italia che si appoggiava all'URSS consentì che la borghesia e i moderati, spesso cementati dalla comune appartenenza alle rinate logge massoniche, assolvessero, in certi casi senza nemmeno processarli, i principali responsabili dell'8 settembre (Badoglio, Ambrosio, Roatta cui si permette di fuggire, Carboni, Vittorio Emanuele III, Umberto ) e della Repubblica sociale (Graziani Anfuso Borghese).”

E così oggi, nessuno conosce le gesta del militari del CIL (Corpo Italiano di Liberazione), composto da ragazzi che avevano già combattuto nelle steppe o nel deserto africano; molti erano stati convinti fascisti, ma lo sfacelo di quei giorni gli fa aprire gli occhi. Il CIL fu composto da unità provenienti da alpini, bersaglieri, fanti, artiglieri, i parà della Nembo, e combatte, all'interno delle forze alleate, una volta sotto il controllo con la V armata (USA, comandata dal generale Clark), a volte sotto la VIII armata (inglese, gen Leese), a fianco di inglesi, polacchi, canadesi e neozelandesi. Il libro alterna alle vicende belliche (Monte Lungo, Monte Marrone, Filotrattano, Ostra), le vicende e la presa di coscienza di 15 giovani militari, che l'armistizio coglie nelle varie parti dell'Europa dove le armate italiane erano dislocate, Grecia, Jugoslavia, Albania e Italia. I nostri militari furono inizialmente usati per compiti di controllo o di fatica (riparazione di strade, ponti), poi subirono il battesimo di fuoco a Monte Lungo (8/12/1943). Dovevano vincere le diffidenze degli alleati che non si fidavano di loro: ma anche in condizioni così difficili molti riuscirono a farsi onore, a guadagnarsi la stima degli angloamericani e ribaltare l'immagine dell'italiano cattivo combattente. Come i militari della Folgore, che si erano già fatti conoscere ad El Alamein “un nome rispettato e ammirato anche dagli stessi inglesi, un nome portato già da Gay e dai suoi commandos al servizio dell'antifascismo e che nel dopoguerra soltanto l'imbecillità della sinistra potrà regalare al fascismo. ”

La nostra repubblica passa anche per il loro sacrificio, ed è giusto ricordarli. Assieme ai morti partigiani. Preferirei, ma è una mia provocazione, festeggiare la data dell'8 settembre, anziché il 25 aprile. Il 25 aprile segna la fine di una lotta: ma è nell'8 settembre che si prendono le scelte: il re, la sua corte, i generali (molti dei quali beneficiati dal fascismo stesso) decide di scappare. Altri, anche i nostri uomini in divisa, scelsero di mettere in gioco la propria vita, per riscattare la nostra libertà. 

Aprile 2005
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lunedì 24 settembre 2012

Il complotto contro l'America di Philip Roth

Non è solo contro l'America il complotto: ma contro ciò che questa rappresenta. La giustizia, la libertà per tutti, un complotto contro gli ebrei americani in prima battuta, ma anche contro la repubblica americana. Il piccolo Philip Roth, figlio di una famiglia benestante di Newark, New Jersey, è il testimone della ipotetica svolta antisemita dell'America. L'autore immagina che, nelle elezioni del 1940, l'aviatore Lindbergh, sfruttando la paura degli americani per la guerra, scoppiata nel 1939 in Europa, vinca le elezioni. La politica dell'America cambia: smette di appogiare le nazioni alleate, Francia e Inghilterra e, dietro una apparente neutralità, stringe un patto con la Germania nazista. Diventa una nazione chiusa isolata dal resto del mondo.

“Lindbergh, davanti ad una sala di Des Moines piena di sostenitori plaudenti, tenne finalmente il famoso discorso radiofonico che nominava, <<tra i gruppi più importanti che hanno spinto questo paese verso la guerra>>, un gruppo che che rappresentava meno del 3 per cento della popolazione e al quale l'oratore accennò chiamandolo alternativamente <<il popolo ebraico>> e <<la razza ebraica>>”.

Philip vede con i suoi occhi la trasformazione del suo paese e, di riflesso della sua vita familiare: il padre viene chiamato “fanfarone ebreo”, per aver espresso le sue idee anti Lindbergh. Durante una gita a Washington, gli viene dato un assaggio di come si sta trasformando la vita pubblica: con una scusa sono cacciati dall'albergo e subiscono minacce antisemite da altri turisti. Il trionfo di Lindbergh è stato il segnale di un inizio di stagione di caccia , dalla classe media americana. Consci di quello che i nazisti stanno facendo agli ebrei in Europa, anche i Roth e altri ebrei, temono che anche qui possano iniziare, dopo le discriminazioni, le persecuzioni. Queste paure dividono gli ebrei stessi: all'interno di questi sono presenti persone che appoggiano il presidente e la politica che stà portando avanti. Perchè il complotto è portato avanti in maniera insidiosa che solo poche persone possono vederlo: e quelle che lo fanno vengono liquidate come folli, paranoiche.
Il rabbino Bengelsdorf, collaborazionista della politica del presidente, rappresenta la parte della comunità ebraica che non vede il pericolo. Sposa una zia di Philip, Evelyn, e, ad una conferenza dei repubblicani, appoggia l'aviatore che aveva ricevuto una medaglia da Hitler: tenere fuori dalla guerra è la priorità, egoisticamente. Salvare gli ebrei americani e lasciare i suoi correligionari in Europa al loro destino. La spaccatura colpisce la sua famiglia direttamente: un cugino scappa in Canada per combattere contro i tedeschi, con i commandos canadesi. Tornerà ferito, disilluso, ferito nel fisico (gli viene amputata una gamba) e nel morale: su una sedia a rotelle prima e su una gamba artificiale poi, si lascirà andare, fino a finire nel giro della malavita, a controllare le macchinette da gioco.
Il fratello di Philip, Sandy, sotto l'influenza della zia e del rabbino Bengelsdorf, si iscrive al programma Just Folks, che allontana i bambini ebrei dalle famiglie. Dopo aver trascorso un'estate a lavorare in una fattoria (di una famiglia rurale, ossia simpatizzante con Lindbergh), torna a casa incapace di comprendere perchè i genitori si agitino tanto per Hitler e perchè siano in preda a un “complesso di persecuzione”. Diventa reclutatore dell'organizzazione Just Folks: con questa il governo cerca di allontanare i giovani dalle proprie famiglie, “per meglio integrare gli ebrei nella società americana”. Roth rappresenta bene le diverse facce dell'America: la famiglia cristiana del Kentucky e la famiglia ebrea del New Jersey.

“Mawhinney era cristiano, membro di vecchia data della schiacciante maggioranza che aveva fatto la Rivoluzione e fondato la nazione e civilizzato la selva e soggiogato gli indiani e ridotto i negri in schiavitù ed emancipato i negri e segregato i negri, uno dei milioni di buoni cristiani, puliti e laboriosi, che avevano colonizzato la frontiera, arato i campi, costruito la città, e che governavano gli stati, sedevano al congresso, occupavano la Casa Bianca, [...] uno di quegli inattaccabili protestanti nordici e anglosassoni che governavano l'America e sempre l'avrebbero governata – generali, dignitari, magnati, capitani d'industria, gli uomini che facevavo le leggie comandavano e quando volevano richiamavano all'ordine- mentre mio padre, naturalmente, era soltanto ebreo.”

La paura di Philip, paura che niente potrà più essere come prima, è ben manifestata da un suo incubo: immagina che su tutti i suoi francobolli della collezione appaia la svastica dei nazisti. Sulla serie dei parchi nazionali, (Yosemite, Grand Canyon, Zion ..) sulla faccia dei francobolli, “su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata la svastica nera”. Il complotto gli impone una visione di un mondo diviso tra noi e loro, basato sull'odio e sul sospetto: si trasforma da americano ebreo ad un povero ebreo d'America. È proprio questo l'obiettivo che il complotto del titolo di Roth intende raggiungere: espellere gli ebrei dall'America. Juden Raus. Il governo, dopo aver sottratto i giovani alle loro famiglie, porta avanti un altro progetto: il trasferimento delle famiglie di religione ebrea con l'obiettivo “di indebolire la solidarietà della struttura sociale ebraica, come purre di ridurre la forza elettorale che una comunità israeitica poteva avere alle elezioni locali e congressuali”. Il padre rifiuta, preferisce andare a lavorare in un mercato ortofrutticolo e rimanere a Newark, piuttosto che abbandonare le sue radici. Il padre, Herman, sente che questa è la sua America, non è l'America di Hitler o di Lindbergh: sono loro ad essere estranei alla cultura e alla democrazia.
Il complotto non è un romanzo storico, perchè il passato che Roth va a rappresentare non è reale: l'autore è stato costretto ad agganciare il suo racconto alla storia troncandola in due punti. Il primo, nel 1940, con l'elezione di Lindbergh e la deriva antisemita. Il secondo nel 1942, con la sua caduta. La resistenza al complotto si raccolgono attorno alla voce di Walter Winchell che, dal suo programma radiofonico, scaglia le sue accuse contro Lindbergh. Viene criticato dal New York Times e, all'interno, dagli ebrei come Bengelsdorf definendoli “ebrei collaborazionisti ultracivilizzati”. Rimosso dalla radio, annuncia la sua candidatura alle primarie, per i democratico, per le elezioni del 1944, ma viene assassinato durante un comizio. Il sindaco di New York, durante il funerale, tiene un discorso nel quale si accusa il silenzio nel quale i nazisti d'America stanno agendo. In America si era detto, non potrà mai accadere: ma sta accadendo in realtà ... Il discorso termina con la domanda ironica “Dov'è Lindbergh? ” E Lindbergh scompare, durante un volo, mentre la situazione peggiora: il potere è ora in mano al vicepresidente Wheeler, che porta la nazione in uno stato di terrore. Nei tumulti in cui sono presi di mira gli ebrei e le loro attività commerciali, vengono uccise 122 persone, come avvenuto nel 1938 durante la Kristalle Nacht. La moglie del presidente viene posta sotto custodia dall' FBI, l'esercito si mobilita per una guerra contro il Canada. Ma il paese reagisce: nelle elezioni presidenziali del 1942 viene rieletto Roosvelt e il Giappone bombarda Pearl Harbour. La storia, riprende così il suo corso.

Quanto c'è di immaginario e quanto c'è di vero nel libro di Roth? L'antisemitismo di Lindbergh (e di Ford, che nell'ipotetico governo assume il ruolo di ministro) era reale. Rappresentava un sentire comune nella società americana: un antisemitismo alimentato dalle comunità di immigrati europei, che si intrecciava nell'intolleranza nei confronti dei neri. Reali sono stati anche il Ku Klux Klan, i bundisti tedesco-americani, il partito di America First e il partito Nazista americano.
Perchè è un libro da leggere: perchè appartiene alla categoria di quelli che ti allargano gli orizzonti. Ti fanno sorgere delle riflessioni: allora (in questa storia ipotetica) era la paura della guerra a spingere l'America verso l'isolazionismo. L'illusione di poter chiudere gli occhi e non vedere il nazismo, la repressione dei diversi (ebrei, in primo luogo, ma anche gli oppositori), la guerra e poter scendere a patti con esponenti del nazismo. Stringere quelle mani e non accorgersi che quelle mani sono ora sporche di sangue. Oggi il mondo occidentale, e l'America per prima, ha paura di tutto ciò che sta all'esterno dei propri confini: la paura del terrorismo sta portando ad altre chiusure. La storia che il libro di Roth racconta è ancora attuale.

Marzo 2005
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La notte dei generali di Hans Hellmut Kirst

Un romanzo storico, ambientato durante la seconda guerra mondiale e che usa il mezzo del giallo per parlare della guerra, in tono fortemente ant-militaristico, ed è un attacco alla casta militare tedesca, descritta in modo impietoso nei loro difetti. La storia, brevemente: un sadico criminale ammazza in modo violento delle prostitute, a Varsavia, nel 1942, a Parigi nel 1944 e a Dresda nel 1956. Un ufficiali dei servizi segreti, il maggiore Grau, indaga sul primo delitto: le sue attenzioni si concentrano su tre generali, di stanza a Varsavia, che non hanno un alibi per quella notte. Sono tre generali dalle caratteristiche diverse: il primo Von Seydlitz-Gabler rappresenta il classico esempio di aristocratico prussiano, che pretende di incarnare lo spirito della grande Germania. Il generale Kahlemberge, capo di stato maggiore del primo: una persona intelligente, non attaccata alle tradizioni militari. E' infatti uno dei membri del gruppo di ufficiali tedeschi che attentarono alla vita di Hitler. Infine il generale Tanz: il classico militare da battaglia, per cui non importa il numero dei propri soldati morti (di cui non conosce il nome, anzi non ha alcun interesse ad avere alcun rapporto con loro), ma importa solo la vittoria. Grau, dopo aver iniziato l'indagine, viene allontanato da Varsavia. Parigi, luglio 1944: un altro omicidio, con le stesse modalità di Varsavia. Gli stessi protagonisti del 1942 si ritrovano. Le avversità della guerra, le disfatte in Africa e in Russia, convincono un gruppo di ufficiali tedeschi della necessità di uccidere Hitler, rovesciare il partito nazista dal potere. Qui il romanzo lascia il posto alla Storia: l'autore si è ben documentato per parlare di quei giorni. La preparazione dell'attentato e, soprattutto le cause del fallimento, il 20 luglio 1944, a Rastemburg in Prussia: il caso, che favorì Hitler, rimasto solo ferito dallo scoppio della bomba, ma soprattutto la mancanza di coordinamento tra i gruppi dei cospiratori. Questi ufficiali aspettarono ore preziose prima di bloccare i centri di potere del nazismo e le SS, ma principalmente si dimenticarono di bloccare i centri di comunicazione tra il quartier generale a Berlino e il resto della Germania. Un Hitler ferito, infatti riuscì a mettersi in contatto con Goebbels, prima che questi fosse arrestato, e, via radio, annunciò la sua rabbiosa rappresaglia.
La notte dei generali è appunto la notte del 20 luglio 1944, del fallito attentato: gli ufficiali legati al complotto sono arrestati, uccisi o costretti a scappare, come nel romanzo Kahlemberg: “E' con ciò per noi la guerra è praticamente finita. È scesa la notte dei generali. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo vestire panni borghesi. Tiriamo una grossa riga e chiudiamo la partita, non ci resta altro da fare”.

La terza parte del libro è ambientata nel 1956, in Germania. I superstiti hanno cambiato mestiere, la guerra è finita ma Prevert, un commissario di polizia che aveva collaborato con Grau a Parigi, vuole chiudere i conti. È qui l'azione lascia lo spazio alla voce dell'autore, attraverso Kahlemberge (il generale del gruppo degli attentatori) e Prevert: i vecchi generali sopravissuti alla guerra, sbugiardati dalla storia che ne ha rivelato fino in fondo i loro errori, sono ancora in vita e pronti a riaffermare le loro idee sullo spirito di grandezza della Germania, di cui loro si credono ancora principali interpreti. Kahlemberge (ed anche l'autore) avverte il pericolo che nuovamente queste malsane idee nazionaliste, possano tornare a circolare. Il romanzo termina con lo smascheramento del generale assassino, ma con un'accusa all'intera casta militare che aveva contribuito a far precipitare la Germania nella guerra. C'è una pagina, dove l'autore mette di fronte il generale assassino, e un suo soldato, testimone di uno dei suoi delitti: è una pagina da leggere e tenere a mente per la profondità del contenuto e, purtroppo, per la sua attualità.
“I generali comandano migliaia di soldati. E migliaia di questi uomini i generali non li hanno mai visti, probabilmente non hanno mai scambiato una parola con loro, non hanno mai sentito il loro nome; però sono i loro generali.Per i generali la maggior parte di queste migliaia di soldati sono semplicemente parti di compagnie o reggimenti, un numero fra molti numeri, dalla cui somma risulta poi l'inventario giornaliero dell'unità [...] La parola di un generale .. e migliaia di soldati marciano, attaccano, si ritirano, o corrono a morire. Non si può immaginare forma di potere più completa, più totale di quella dei generali quando vige lo stato di emergenza, quando la sola a dettar legge è la guerra. [...] Dove gli uomini agiscono in massa, perdono il loro volto, il loro nome, la loro realtà umana .. nei capannoni delle fabbriche come nelle tribune dei giochi popolari o nelle caserme, che sono le anticamere della guerra. [...] Le decisioni dei generali riguardano dunque la vita e la morte, e non di singoli individui, come capita ad un giudice o a un medico, ma di migliaia. E le somme ultime delle guerre che i generali conducono, toccano i milioni. [...] Un generale deve essere consapevole che in tempo di guerra gli si richiede ininterrotamente di prendere questa che è la più dura e più difficile delle decisioni. Ma appunto per questo egli non ha altra scelta che quella dell'umiltà. La consapevolezza di portare un peso che è il più grace che possa cadere sulle spalle umane, che deve essere sempre vigile, altrimenti questa scalata al potere di uomini senza scrupoli, o delittuosa stupidità o ancora sete conscia o inconscia di sangue. E tutto questo sficia in un denominatore comune, in un solo risultato: il delitto. E frasi come <<Nulla si ottiene senza sacrificio!>> o <<Gli uomini sono il concime della storia>> non sono che comidi luighi comuni. Per certi storici le vie che conduconoad un'umanità migliore sono sempre lastricate di cadaveri .. solo che essi non sono fra questi cadavero e non hanno intenzione di esserlo. [...] Ci sono anche questi generali. Ma non ci sono solo questi. Alcuni generali sono soldati tra i soldati. Cercano di vivere come il più umile dei loro fanti; [...] Esistono generali che non solo vogliono servire con coerenza ed onestà, ma soffrono e meditano: sul significato della loro esistenza, sul valore della nazione, sulle responsabilità non solo verso i singoli ma anche verso la storia. Sono gli uomini del 20 luglio. [....] Ma vi furono generali che non sono e che non furono altro che zelanti servitori di chi detiene il potere. [...] Quando erano tra loro chiamavano il comandante supremo (Hitler) <<porco>> o <<maiale>>. Ridevano di lui, lo denigravano. [...] Ma inconcepibile rimane il fatto che questi stessi generali non hanno esitato a mandare a morire migliaia e centinaia di migliaia di poveri soldati. [...] E vi sono infine altri generali che non furono e non sono altro che strumenti, operai della guerra, spaventosi esemplari del sergente di caserma all'ennessima potenza. [...] Sotto di loro si combatte e si muore.. ed è sempre pronta una giustificazione valida. [...] Terrorizza l'idea che fra i generali possano allignare tipi simili. In quanto ogni altro settore della vita si è disposti ad ammettere l'esistenza di nature tanto ambigue: uomini d'affari, che per amore del profitto rovinano allegramente il prossimo; magnati dell'industria e della finanza che con mezzi leciti ed illeciti rovinano ditte concorrenti e cercano persino l'appoggio dello stato; beniamini del pubblico adoratori delle folle, un bel giorno si rivelano perfetti imbecilli o dei maniaci sessuali. [...] Ma nel settore dei generali non si tollerano mezze misure, ambiguità, insufficienze. Perchè i loro calcoli si pagano col sangue. [...] Ai generali non è dato guardare negli occhi i loro soldati nell'ora della decisione. Ma se in quel momento un generale non pensa ai suoi soldati, ha già fallito, davanti alla vita, davanti agli uomini, davanti a Dio.”

Belle parole, attuali, anche se scritte nel 1965. Da questo romanzo è stato tratto il film diretto da Anatole Litvak, con Peter O'Toole e Omar Sharif. Indimenticabile la scena in cui il generale Tanz (O'Toole) si trova di fronte l'autoritratto di Van Gogh, “l'ultimo sguardo a se stesso, prima di precipitare sull'abisso del nulla”. 

Marzo 2005.
Non trovo nessun link per ordinare il libro (qui per uno usato).

mercoledì 19 settembre 2012

La resa dei conti: la rappresaglia, le piazze e le foibe

In occassione della giornata della memoria per le vittime delle foibe sono nate delle polemiche, volte a mettere in contrapposizione il ricordo dei martiri delle foibe con i morti per le rappresagli nazifasciste o per le morti tra i partigiani. Come se la storia fosse una coperta corta e non si potesse ricordare le une e le altre. Tutte le morti vanno ricordate: tra l'altro gli infoibati non sono le vittime dei partigiani, ma per saperlo occorre che delle foibe si parli. Così come delle morti vittime della furia nazista. Mi sono allora riletto il libro “La resa dei conti” – di Gianni Oliva Mondadori ed. (su Amazon), per rinfrescarmi la memoria.
Nella seconda guerra mondiale si contrappongono due progetti: quello nazista che voleva ridisegnare l'Europa secondo una gerarchia di razze e stabilire quali popoli avevano diritto alla cittadinanza del mondo e quali no. L'altro era quallo degli alleati, che perseguivano obbietivi sociali e politici diversi ma trovarono nella lotta al nazismo un denominatore comune. Al di là di qualsiaisi considerazione sui percorsi individuali dei combattenti, non si può dimenticare che le formazioni partigiane e le forze regolari del Regno del sud stavano dalla parte degli alleati, mentre il fascismo di Salò stava dalla parte di Hitler. Questo resta il dato storico di fondo, la “memoria” che è compito della ricerca approfondire, fissare e tramandare. Cosa succede nel periodo 1944-1945: accade la “resa dei conti”, contro i fascisti e con il fascismo; con i seviziatori, i collaborazionisti, le spie; resa dei conti contro le rappresaglie e le violenze; più in generale, resa dei conti contro un passato da cancellare. Il prezzo sono circa 20000 morti conteggiando insieme le vittime della giustizia insurrezionale e le vittime della repressione titoista.
Il volume di Gianni Oliva individua tre fenomeni, diversi tra loro per natura e diffusione geografica: il furore popolare di piazzale Loreto, riprodotto in tante piazze e piccoli borghi; la giustizia dei giorni insurrezionali, con le esecuzioni sommarie e le sentenze dei tribunali popolari; le foibe della regione giuliana, con l'eliminazione di coloro che si oppngono al comunismoe alla politica annessionistica della Jugoslavia di Tito.
Il primo fenomeno è il più noto: i cadaveri di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fucilati a Dongo, esposti a piazzale Loreto, nello stesso luogo dove un anno prima sono stati uccisi per rappresaglia 15 antifascisti. Davanti a quello spettacolo, il furore della folla milanese esprime nella foma più ruvida tutte le esasperazioni ereditate dall'esperienza precedente: ci sono le sofferenze per i lutti, per le distruzioni per la fame; c'è la consuetudine della violenza introdotta dalla guerra civile; c'è la rabbia per i prezzi pagati, il dolore di chi ha perso il figlio al fronte, la disperazione di chi è rimasto solo. L'onnipotenza sconfitta è uno spettacolo ripratore che giunge ad invertire le posizioni precedenti, ribaltando il contrasto tra la sofferenza tra chi ubbidiva e la privilegiata sicurezza di chi comandava. E, ancora, è uno spettacolo liberatore: calpestando l'idolo si calpesta l'idolatria e ci si assolve dall'essere stati idolatri.
Il secondo fenomeno, la giustizia insurezionale porta, nei giorni della liberazione a far passare per le armi un numero significativo di persone: si tratta di militi fascisti, di individui accusati di essere collaboratori o spie degli occupanti, di esponenti del regime di Salò; in alcuni casi si tratta di capisquadra o di dirigenti di fabbrica eliminati in una logica di guerra di classe; in altri casi, sporadici, di persone di persone eliminate per motivi personali. Da una guerra civile non si esce con una semplice resa degli sconfitti: ci sono le violenze del 1921-22, i civili uccisi per rappresaglia o deportati nei lager. Ci sono i conti del passato: le manganellate e l'olio di ricino degli squadristi, la retorica arrogante del regime che ha portato alla guerra, i morti al fronte o internati in Germania, le distruzioni per i bombardamenti. Dietro queste motivazioni ci sono anche variabili di tipo politico: la volontà di rinnovamento del movimento resistenziale del Nord devono misurarsi con gli equilibri generali nei quali intervengono le autorità militari angloamericane, il governo di Roma, le formazioni politiche moderate. Sul problema dell'epurazione , nell'Italia liberata c'è stato un confronto più serrato, conclusosi con la crisi del primo governo Bonomi e la formazione di un nuovo ministero dal quale sono escluse le forze socialiste e azioniste. Tutto ciò ingenera negli ambienti resistenziali, e in particolare nelle forze comuniste, la convinzione che occorra far presto: ciò che rarà possibile realizzare, in termini di contropotere e di epurazione, è legato alla rapidità con cui il movimento partigiano saprà sfruttare il crollo tedesco, insorgendo e occupando le città prima dell'arrivo delle divisioni alleate. Gli stessi comandi alleati ritengono che un'ondata epurativa, tomultuosa ma rapida, sia lo sfogo necessario per appagare le aspettative di giustizia dei combattenti ed evitare le attese di un'attesa frustrata. La documentazione conservata negli archivi britannici permettono una quantificazione precisa del numero dei morti: circa 10000, tra Veneto, Lombardia, Emilia, Liguria e Piemonte, la maggior parte eliminati nei giorni insurezionali.
Il terzo fenomeno è quello delle “foibe”, nella regione giuliana. Sono fenditure, profonde anche decine di metri, che si aprono sul fondo di una depressione del terreno, e che l'erosione millenaria delle acque ha scavato nella spugna della roccia in forme gigantesche e tortuose. Qui al termine della guerra, sono stati gettati i cadaveri di migliaia di persone eliminate per motivi politici. Le spiegazioni del fenomeno portano ad una duplice realtà: da un lato la politica di forzata italianizzazione perseguita dal fascismo nell'Istria durante il ventennio; dall'altro la politica espansionistica di Tito e l'ambizione di annettere alla nuova Jugoslavia comunista non solo l'Istria, ma anche Trieste e il goriziano. Nella primavera del 1945, quando le trutte titoiste occupano Trieste prima degli americani, si scatena una repressione nella quale si mescolano risentimenti nazionali e volontà epurativa politica. Ufficialmente, ad essere incriminati sono criminali di guerra ed esponenti fascisti: di fatto la repressione colpisce tutti gli esponenti anticomunisti, indipendentemente dalle loro corresponsabilità col regime. Perchè al tavolo delle trattative venga riconosciuta la sovranità di Belgrado sul territorio giuliano, occorre che nessuna forma di opposizione contrasti l'annessione. Per fare questo è necessario eliminare le persone che possono guidare un movimento antiannessionistico, impedire che si affermino autorità italiane antifasciste capaci di legittimarsi come tali davanti agli occhi degli alleati. L'epurazione politica si intreccia con i contrasti all'interno del movimento resistenziale italiano, di cui pochi mesi prima è stata espressione drammatica la strage di Porzus, con le ambiguità di Togliatti e del gruppo dirigente del PCI rispetto alla definizione del confine, con la memoria delle stragi compiute in Istria nel settembre-ottobre del 43 dopo l'armistizio. Il risultato è un clima di violenza, di sospetto e di accuse. La quantificazione delle vittime ha dato luogo a polemiche: la cifra più sicura, anche in sede politica, indica le vittime in 10-12000, numero che secondo i ricercatori dell'Istituto friulano per il movimento di liberazione si raggiunge solo conteggiando tra gli “infoibati” anche i morti e i dispersi in combattimento in tutto il periodo 1943-45: la stima più credibile si attesterebbe pertanto sull'ordine di 4-5000 vittime.

Kaputt mundi – Ben Pastor

Giallo storico, ambientato Roma nel periodo gennaio-giugno 1944, durante l'occupazione nazista. Ma il giallo è il pretesto, lo spunto, per raccontare altro: il punto di vista e le riflessioni di un militare tedesco, l'ufficiale investigatore Martin Bora, sulla guerra, sulla repressione contro i partigiani e la deportazione degli ebrei. Deve muoversi in un territorio ostile, la città di Roma, di cui ne è affascinano, lui uomo di cultura che ha studiato filosofia. I tedeschi sono visti come invasori, sgraditi ospiti, che occupano militarmente una città definita “aperta”. Fondamentale la visita al monumento della lupa, che difende i cuccioli d'uomo contro un nemico: Bora si rende conto che il nemico è lui, sono loro.
Molti personaggi della storia sono realmente esistiti: tra i tedeschi, Kesserling, l'ambiguo colonnello Dollmann (che fu assoldato dalla CIA al termine della guerra), Kappler e Priebke. Il cardinale Montini, sostituto della segreteria di stato in Vaticano e il questore Pietro Caruso, tra gli italiani. Ma è soprattutto autentica la ricostruzione della città, dal punto di vista dell'ambientazione, l'umore della popolazione, i gerarchi e funzionari fascisti, che non si rendono conto della loro fine.

La storia gialla parte da una morte: quella di una impiegata all'ambasciata tedesca. Nell'indagine è affiancato dall'investigatore Sandro Guidi, con cui aveva già lavorato nei giorni trascorsi a Verona, raccontati nel libro “Luna bugiarda”. A Guidi, il questore Caruso consegna una soluzione già impacchettata: dare la colpa ad un gerarca fascista, Merlo, amante della morta. Ma Guidi e Bora riusciranno, nonostante la guerra, le SS, ad arrivare alla soluzione. Se la storia della morte non è vera, è molto verosimile: ma sono vere le vicende raccontate dalla scrittrice e che coinvolgono direttamente Bora e Guidi. La repressione nazista, contro ebrei, partigiani e renitenti, gli attentati contro le forze di occupazione tedesche, che porteranno all'attentato di Via Rasella. Sono descritte molto bene le fasi concitate, che portarono alla tremenda rappresaglia: l'ordine prima di far saltare il quartiere, poi di uccidere 50 italiani per ogni tedesco morto, fino alla scelta della proporzione di 10 a uno.

Il libro è molto scenografico e si presterebbe molto bene ad una riduzione cinematografica (pur rimanendo il problema di come riprodurre sullo schermo le riflessioni di Bora): al centro della scena c'è il maggiore della Wehrmacht Martin Bora. Amante della guerra, ma paradossalmente anche antinazista. Nella nota a termine del libro, l'autrice cita il libro di Omero, l'Iliade, poichè uno dei temi affrontati dal libro è quello del soldato in territorio nemico, come l'oplita sotto le mura di Troia. Ebbene, se dovessi trovare un aggettivo, mi viene in mente proprio “Epico”.
Bora come uno degli eroi greci, Ettore probabilmente: capace, sotto un bombardamento ad un'ospedale, di uscire dalle rovine, “Con uno sforzo inaudito, attraverso le macerie Bora raggiunse il letto e afferrò la mano frenetica dell'americano che vi giaceva”.
Il suo alter ego, l'ispettore Guidi, vive un rapporto controverso con il tedesco: sente di poter provare per lui un'amicizia, ma l'episodio delle Fosse Ardeatine tronca ogni cosa. Guidi pensa per un attimo anche di uccidere Bora, ma non ci riesce. Solo alla fine i due si salutano andando in direzioni opposte, Guidi verso la resistenza (ma solo dopo che il tedesco è uscito da Roma) e Bora verso il nord. Sono gli occhi di Bora che ci descrivono l'atmosfera di Roma all'arrivo degli americani, altre pagine splendide: la gioia, le signorine attorno ai militari, la gente in piazza.

Per concludere è un libro che vale la pena di leggere. Al termine rimane un senso quasi di vuoto, come se il termine del libro ci venga privato qualcosa. 

Gennaio 2005
Il link su ibs 

Roma: settembre 1943 – giugno 1944. L'occupazione nazista

Sto leggendo lo splendido libro di Ben Pastor “Kaputt Mundi”, ambientato a Roma in questo periodo. L'ufficiale detective della Wehrmacht, Martin Bora deve indagare sulla strana morte di una impiegata dell'ambasciata tedesca. Nel sottofondo sono descritti, nello stile drammatico ed epico della scrittrice, gli eventi di Roma: le prime deportazioni, lo sbarco ad Anzio, l'attività partigiana, l'attentato in via Rasella, la feroce rappresaglia delle Fosse Ardeatine ed infine il sospirato arrivo degli alleati.
Questa è una breve cronologia di quei tristi e lunghi mesi:
Luglio
19 Roma viene bombardata per la prima volta.
25 luglio Vittorio Emanuele III fa arrestare Mussolini e nomina il maresciallo Pietro Badoglio a capo di un governo militare.
Agosto
4 Badoglio tenta segretamente la resa con gli alleati. Nel frattempo Hitler invia altre truppe in Italia.
14 Badoglio dichiara Roma “città aperta” (cioè zona smilitarizzata); gli alleati si rifiutano di dichiarare per la città lo status di “città aperta”.
Settembre
3 Badoglio firma segretamente l'armistizio di resa incondizionata, a Cassibile, tramite il generale Castellano.
8 Eisenhower diffonde la notizia dell'armistizio, mentre la V armata del generale Clark inizia le operazioni di sbarco a Salreno. Badoglio ordina la cessazione delle ostilità nei confronti degli alleati. I tedeschi sono presi inizialmente alla sprovvista, ma Kesserling muove verso Roma.
9 Il re, Badoglio e i principali ministri scappano da Roma verso Brindisi, lasciando il paese senza governo. Le truppe tedesche trovano una disordinata ma significativa resistenza da parte dell'esercito. Civili e militari si uniscono per la difesa di Roma (combattimenti a paorta San Paolo). Il comitato di opposizione si ricostituisce nel CLN, Comitato di Liberazione Nazionale. Il 10 settembre la resistenza, eroica, cessa: Roma è occupata dai tedeschi.
12 I parà tedeschi liberano Mussolini sul Gran Sasso e lo riportano a Monaco. Viene costituita la Repubblica Sociale Italiana.
25 Kappler, ten. Colonnello delle SS, nominato comandante della Gestapo a Roma, viene informato da Himmler che deve iniziare la deportazione degli ebrei italiani, a partire da quelli di Roma. Inizialmente, Kappler si oppone, ritenendo che questo sia una minaccia per la sicurezza interna.
26 Kappler convoca i leader ebraici pretendendo 50 chili d'oro minacciandoli della deportazione: il 28 gli vengono consegnati. Provengono per lo più dagli ebrei più poveri del ghetto.
Ottobre
16 Una retata nel ghetto e in altre case romane porta alla cattura di oltre 1000 ebrei, molti presi sotto le finestre del papa, sul quale in quel momento pesa la sua controversa politica del silenzio nei confronti dell'olocausto. Il Vaticano, tramite il vescovo Hudal, minaccia Berlino con la protesta papale. Von Weizsacker, ambasciatore tedesco propone di impegare gli ebrei per lavori a Roma.
18 Mentre il papa aspetta la rispoata di Berlino, 1023 ebrei vengono deportati in un campo di lavoro chiamato Auschwitz. VonWeizsacker affermerà che la deportazione ha “liquidato” la minaccia papale. Anche i deportati sono stati liquidati: 850 gasati all'arrivo; degli altri ne sopravviveranno in 16.
Novembre
22 Roosvelt e Churchill incontrano Stalin a Teheran: confermano lo sbarco in Normandia nel 1944, relegando la campagna in Italia in posizione subordinata.
Dicembre
18 Il GAP, il braccio armato del partito comunista, attacca i tedeschi in due raduni. Il 19 penetrano in una zona di alta sicurezza e lanciano un attacco contro l' Hotel Flora, quartier generale dell'alto comando.
21 Viene sferrato un attacco contro la guerriglia da parte della Gestapo e della “banda Koch” (un reparto di polizia comandato da un italiano di origini tedesche). Vengono presi di mira alcuni edifici di proprietà del Vaticano: questi protesta, ma alcuni alti prelati iniziano a vedere con favore una politica che scoraggi la protezione di quanti cerchino di sfuggire ai nazisti.
Gennaio 1944
20 Peter Tompkins, agente dell'OSS del generale Donovan, arriva a Roma, per compattare le fazioni partigiane.
22 Operazione Shingle, lo sbarco ad Anzio. E' una vera sorpresa ma gli americani, anziché lanciarsi verso Roma, fortificano le loro posizioni, dando modo ai tedeschi di preparare una controffensiva.
Febbraio
1 Kappler conduce un rastrellamento in cui cattura 2000 romani da portare ai lavori forzati. Tra questi anche il nuovo questore Caruso. Questi il 3 entra nella basilica extraterritoriale di San Paolo fuori le mura (violando le leggi) arrestando 77 uomini, tra carabinieri, poliziotti in fuga, ufficiali dell'esercito ed ebrei.
15 Bombardamento dell'abbazia del VI sec. di Montecassino: un atto barbarico ed insensato, come ammesso in seguito anche dagli stessi alleati.
Marzo
3 Centinaia di dimostranti si riuniscono in viale Giulio Cesare, dove uomini catturati in un rastrellamento attendono la deportazione. Teresa Galluce, incinta, madre di 5 figli viene uccisa da un ufficiale delle SS per aver lanciato un pacco di cibo al marito prigioniero. L'episodio verrà ripreso da Rossellini nel celebre film “Roma città aperta”, in una famosa scena, interpretata da Anna Magnani.
12 Pio XII tiene un'udienza in piazza San Pietro. Concentra l'attenzione contro i bombardamenti alleati. Il silenzio sulle deportazioni dei tedeschi, gli arresti e le torture scatenano la protesta delle donne.
23 Nel giorno del 25 anniversario della fondazione dei fasci, il GAP lancia l'attacco più ardito, che non ha eguali in nessuna capitale europea. Eseguono un attentato contro una colonna di 160 militari di una compagnia di SS del reggimento “Bozen”, in marcia in via Rasella. La battaglia, perchè all'esplosione di una bomba segue un attacco armato, costa la vita di 32 tedeschi morti. Maelzer, comandante militare della città ordina ai genieri di far saltare il quartiere. Hitler pretende una rappresaglia che “farà tremare il mondo”: 50 italiani per ogni tedesco. Kesserling lo convince ad abbassare la proporzione a 10 a uno. Il colonnello delle SS Dollmann incontra padre Pfeiffer, connazionale, informandolo dell'idea della rappresaglia, affinchè informi il Vaticano.
24 Kappler compone una lista di 320 uomini, tra cui la spia dell' OSS Giglio, composta da civili di oni classe sociale, 75 ebrei ed un prete. Il comandate della compagnia decimata si rifiuta di eseguire l'ordine della rappresaglia (maggiore Dobbrick, unico ufficiale che abbia rifiutato un ordine del Fuhrer). Anche un col. della Wehrmacht ricusa: tocca a Kappler agire. Entro 24 ore organizza la prima grande atrocità in Italia, in gran segreto. Il massacro avviene nelle grotte abbandonate in via Ardeatina: le Fosse Ardeatine. Per farsi forza, gli uomini di Kappler fanno uso di alcol: alla sera i genieri fanno saltare l'ingresso delle grotte per occultare i corpi. I tedeschi hanno ucciso, con un colpo alla testa, a volte lasciando ancora tramortite le persone, 335 uomini: 5 in più, inclusi nell'elenco per le frettolose operazioni.
25 La notizia arriva a Roma, annunciata a mezzogiorno dai giornali. Il testo di un comunicato parla dell'attentato e che per ogni tedesco è stato ordinato di uccidere un italiano: conclude dicendo che “l'ordine è già stato eseguito”. L'Osservatore Romano condanna l'attentato, giudicando i partigiano responsabili dei fatti di via Rasella che hanno provocato la morte di 320 vittime innocenti.
Domanda della corte: Faceste qualche appello alla popolazione romana o ai reponsabili dell'attentato, prima della rappresaglia?
Kesserling: prima no.
Corte: avvisaste la popolazione che stavate attuando una rappresaglia di 10 a uno?
K: No, ma non sono daccordo sul signifacato delle parole rappresaglia e avvertimento, perchè il prendere ostaggie l'avvisare la popolazione sono intesi solo ad evitare incidenti futuri.
Corte: Ma voi avreste potuto dire “se la popolazione romana non consegna entro un dato termine il responabile dell'attentato fucilerò 10 romani per ogni tedesco ucciso”?
K: Ora, in tempi più tranquilli, dopo tre anni passati, devo dire che l'idea sarebbe stata molto buona.
Corte: ma non lo faceste?
K: no, non lo facemmo. (Dagli atti del processo del 20/7/1948).
30 I tedeschi non rivelano l'identità degli assassinati, una crudeltà nei confronti della popolazione. Il GAP viene bloccato prima di un attentato, a causa delle divergenze con gli altri partiti della resistenza, dopo i fatti di via Rasella.
Aprile
1 Rivolta del pane: le donne in attesa davanti ale panetterie, travolgono la polizia fascista e sottraggono i sacchi di farina, riservati a pochi privilegiati.
3 Don Giuseppe Morosini, viene ucciso a Forte Bravetta. Era stato arrestato con l'accusa di aiutare i partigiani: a questo prete si ispirerà Rossellini, sempre nel film “Roma città aperta”.
7 A Ostia, un gruppo di donne saccheggia una panetteria che serve le truppe tedesche: le SS le catturano, le allineano davanti al muro e le uccidono con una scarica di mitragliatore. Kappler conduce un rastrellamento di 2000 uomini e ragazzi nel quartiere del Quadraro: metà di loro non tornerà più.
23 Il partigiano Blasi del GAP viene catturato: rivela i nomi dei compagni che hanno attuato l'attacco in via Rasella. Il GAP centrale è sgominato.
Maggio
10 Wolff, responsabile per il mantenimento dell'ordine in città è convocato dal papa.
11 Le truppe alleate attraversano il Rapido e il Garigliano: la penetrazione della linea Gustav è condotta dalle truppe francesi, tra cui i marocchini che cacciano i tedeschi dalle alture che portano a Roma. Le brutalità dei Goumiers, stupri su donne, uomini e bambini incontrati sulla loro strada, è una macchia indelebile per gli alleati. Nel film “La Ciociara” di De Sica, con Sophia Loren, ricorda questi eventi.
23 La seconda fase dell'offensiva alleata potrebbe travolgere le truppe tedesche in ritirata: Clark temendo che le truppe inglesi lo vogliano precedere a Roma, evita di portare avanti l'accerchiamento e punta su Roma. La guerra in Italia poteva finire molto prima. Il 25 Clark prosegue su Roma.
Giugno
2 Hitler abbandonerà la capitale senza combattere? Pio XII pronuncia un messaggio : “Chiunque alzi la mano contro Roma sarà colpevole di matricidio”. Ma il CLN e la giunta militare, insieme a Badogli e al re, si sono messi d'accordo con gli alleati: nella città eterna non ci sarà insurrezione.
5 Clark entra a Roma. Pio XII ringrazia i tedeschi e gli alleati per aver risparmiato la città dalla distruzione.
6 Gli alleati sbarcano in Normandia: inizia l'operazione Overlord.
Questa cronologia è stata presa da:
  • “Roma città aperta”, Robert Katz, il Saggiatore editore.
  • “Con cuore di donna”, Carla Capponi, il Saggiantore editore.
  • "L'Italia invasa", Gianni Rocca, oscar storia Mondadori.
Gennaio 2005
Il link su ibs per Kaputt Mundi

giovedì 13 settembre 2012

"L'uomo della provvidenza" - Arrigo Petacco

Iniziamo subito col dire che questo è un libro che aggiunge poco alla conoscenza della storia del fascismo.
L'autore ha preferito approfondire aspetti personali della vita,ad es dedicando diverse pagine ai suoi primo romanzi giovanili "L'amante del cardinale" e "La tragedia di Mayerling".
Viene invece dedicato poco spazio al periodo di nascita del fascismo (1919-1920 il "biennio rosso"): era il periodo degli scioperi, derivati dalla miseria cui era piombata l'Italia dopo la prima Guerra mondiale.
Il fascismo e i fascisti erano lo strumento ideale per contrastare questi moti: diversi ambienti, da quallo religioso a quello finanziario a quello politico temevano che in Italia succedesse quello che era già capitato in Russia. La rivoluzione.
Nel libro si afferma che la Marcia su Roma fu una mezza rivoluzione: poteva essere bloccata in qualsiasi momento, ma se ciò non fu fatto è perchè il re, Vittorio Emanuele III, pensava di servirsi dei fascisti per stabilizzare la situazione politica. Lo stesso pensavano gli altri partiti di governo: cavalcare l'onda della rivoluzione, inglobare il fascismo per far si che tutto si calmasse.
Petacco, nel primo capitolo afferma che oggi, dopo più di 50 anni, abbiamo la serenità di poter giudicare Mussolini per quello che ha fatto. Oltre all'aver salvato il paese dal "pericolo comunista" (che è lo stesso merito che si da alla DC del 48 ..), ha fatto delle riforme sociali, delle grandi opere di stato, ha fondato l'impero.
Il fascismo della seconda fase, dagli anni 30, godette di un ampio sostegno di massa, per cui anche gli antifascisti all'estero dovettero rassegnarsi ed assistere agli eventi.
Alcune considerazioni:
-l'impero: con gli occhi di oggi non possiamo vantarci dell'aver avuto un, breve, passato coloniale. Che lustro ci ha dato? Anche dal punto di vista militare sarebbe meglio stare zitti: la guerra fu portata avanti prima da De Bono e poi da Badoglio.
-adesione al fascismo: la dittatura fascista inizia nel 1926, con l'introduzione delle "Leggi speciali", del Tribunale Speciale, del controllo della stampa (all'epoca con la radio l'unico mezzo di comunicazione). Non esistevano sindacati e, sempre dal 1926, quando i deputati aventiniani decaddero dal mandato, esisteva un solo partito.
Che libertà è? gli italiani erano fascisti per costrizione, per convenienza (per far carriera) per quieto vivere.
-Riforme sociali: il governo fascista istituì nel 1927 la Carta del Lavoro. Con questa è lo stato che regola i rapporti tra Confindustria e i sindacati. Conseguenze di ciò sono il divieto di sciopero, l'eliminazione dell'indennità di licenziamento e del minimo salariale. Ma soprattutto imponeva di dare la prefernza nelle assunzioni "ai lavoratori iscritti al partito o al sindacato fascista". Lo Stato Corporativo, che viene citato come modello, è quello che ora si chiama stato centralista.
-Riforme economiche: per diminuire l'inflazione, il regime adotto una serie di iniziative. Fu istituito il calmiere dei prezzi e ci fu una riduzione "volontaria" degli stipendi da parte di tutte le corporazioni. Per diminuire il livello delle importazioni dall'estero si aumento la produzione dei cereali (la "Battaglia del grano") e contemporaneamente si bonificarono dei terreni prima incoltivabili.
Si riuscì ad arrivare a "Quota 90", il rapporto tra lira e sterlina che c'era prima della guerra.

Un giudizio storico finale: se si potesse ricodare solo gli aspetti positivi del regime, forse potrei condividere la tesi di Petacco "Mussolini grande statista". Ma non si può dimenticare delle "Cattive Opere" del regime: le violenze degli inizi, gli oppositori confinati (circa 1000, anche se occore precisare che la pena del confino era stata istituita prima dal governo Sabaudo e, prima ancora, dal governo borbonico). Nel 1938 furono istituite le "Leggi razziali", firmate, avolte lo si dimentica, anche dal re. Mussolini fece questa svolta per rafforzare un avvicinamento tra Italia e Germania, nel periodo prima e dopo la campagna d'Etiopia, coincidente col periodo delle sanzioni contro l'Italia da parte di Francia e Inghilterra. Montanelli porta anche l'ipotersi che a spingere in questa direzione sia stato Ciano che, per scalare la poltrona di ministro degli Esteri, non aveva esistato a vantare una mentalità razzista.
L'Italia entra in guerra nel 10 giugno 1940. Convinto che poche migliaia di morti gli sarebbero state sufficienti a sedersi, di lì a pochi mesi, sul tavolo della pace da vittorioso, buttò un paese impreparato militarmente nella guerra. E' questa l'opera di un grande statista?
Si tende a dividere la vita di M. in due fasi: il grande statista fino al 1938 e il cattivo dittatore dopo. Non è corretto. Allora dovremmo riabilitare anche Hitler, perchè risollevo l'economia dalla Germania dopo il 1932, se ci si dimentica degli ebrei. Anche Stalin, perchè fermò l'avanzata delle truppe naziste. Basta dimenticarsi dei gulag e delle purghe.
Cosa voglio dire: valutare l'opera di un personaggio storico, specie uno che suscita ancora adesso grandi polemiche, è cosa difficile, occorre avere una visione d'insieme, del quadro storico complessivo. Quello che dobbiamo chiederci è: come è potuto accadere? Perchè in Italia c'è stato "bisogno" di una dittatura: su questo gli storici sono tutti concordi: l'ascesa al potere del fascismo concorrero fattori sia politici che economici. Ma, come ultima domanda: cosa possiamo fare perchè questo non accada più? 

Bibiografia:
  • "Storia d'Italia 1919-1936" "L'Italia in camicia nera", "L'Italia Littoria", di Indro Montanelli
  • Storia d'Italia 1936-1940, "L'Italia dell'Asse", di Indro Montanelli
  • "La notte dei fuochi" di Giampaolo Pansa
  • "Camicia nera" di Silvio Bertoldi
  • "Breve storia del fascismo", di Renzo De Felice
Il link su ibs
novembre 2004

venerdì 20 luglio 2012

"Arrivano i nostri" Alfio Caruso

La storia della campagna di Sicilia, durante la seconda guerra mondiale, vista però con un occhio diverso da quello dalla storiografia ufficiale. In questo libro non si parla solo dei protagonisti "ufficiali": Patton, Montgomery, Kesserling, ma anche di altre persone, militari, civili, religiosi che si mossero per far si che la storia seguisse un certo percorso.
Nel 1941, con l'ingresso degli Stati Uniti in guerra, i servizi segreti della marina e i nascenti servizi segreti militari (OSS), iniziarono ad intrecciare rapporti con la malavita italiana, sperando che questi fornisse informazioni utili per contrastare le incursioni della marina tedesca nell'Atlantico. I mafiosi, Luciano, Lansky, Adonis ricevettero una immunità, in cambio di informazioni sulla Sicilia: la postazioni militari, la mappa dei fondali e delle coste, una serie di indirizzi di persone, in Sicilia e in Italia, "fidate", cui appoggiarsi in caso di sbarco.
L'OSS, il cui capo era Donovan William, creò una sezione Italia, con a capo Earl Brennan. Si mise in contatto anche con esponenti del MIS (Movimento Indipendentista della Sicilia), tra cui Finocchiaro Aprile, Lucio Tasca il giudice Piazza. La rete del MIS era molto potente: legata alle logge massoniche (di antica tradizione in Sicilia e con stretti legami con la vecchia nobiltà inglese) da una parte e ai capi-mafia dall'altra, svolse un ruolo importante nel sobillare nei militari in Sicilia (il 75 % dei militari che dovevano difendere le coste della Sicilia era siciliano) sentimenti antifascisti ("questa è una guerra fascista, non siciliana"). I militari, ma anche la popolazione erano duramente provati da 3 anni di guerra.
Nel libro si parla anche del compormanto dei vertici militari: a cominciare dal re (scritto volutamente con la minuscola) Vittorio Emanuele III, che all'inizio della guerra lasciò parte dei suoi investimenti in una banca inglese. A differenza degli altri beni italiani, questi denari non furono confiscati, ma confluirono nel "Prestito della Vittoria", acceso dal governo di Sua Maestà, per sconfiggere i nemici, tra cui l'Italia stessa.
I vertici della marina vengono accusati di alto tradimento: la marina era sempre stata ostile al governo fascista (a differenza dell'aviazione e, in parte dell'esercito): molti ammiragli erano legati a logge massoniche, avevano contatti con alti ufficiali inglesi, avevano mogli inglesi o americane. Questi avevano deciso che il modo migliore per sconfiggere il fascismo era sabotare segretamente la sua guerra: le stesse idee che avrebbero portato un qualsiasi soldato alla corte marziale, furono la base del comportamento ambiguo dei nostri ammiragli: amm. Maugeri (del servizio segreto navale), amm. Sansonetti (capo di S.M.).
Questi discutibili legami crearono dei dubbi sulla fedeltà della marina alla guerra: a cominciare dalle spiate che permisero l'affondamento di molti mercantili nel mediterraneo destinati al trasposto di armi per le truppe d'Africa (e di conseguenza alla morte di molti marinai italiani). Per proseguire dalla mancata invasione di Malta, per finire al comportamento durante l'invasione: la quarta potenza navale al mondo, lasciò gran parte delle sue navi a La Spezia, senza contrastare le navi alleate.
Una "generazione sfortunata" si trovò a combattere una guerra, senza alcuna preparazione senza materiali a sufficianza, che veniva sabotata direttamente dall'alto: mentre i militari combattevano e morivano in Tunisia, in Sicilia e, prima ancora in Russia, a El-Alamein, il re, Badoglio i Capi di S.M delle forze armate avevano già deciso per la resa, preoccupandosi solo di salvare la propria persona e i propri interessi. Per poi sfuggire dinanzi alle responsabilità.
La campagna di Sicilia portò a 5000 morti italiani, contro i 2900 americani e 2700 appartenenti al Commonwealth. Non  furono numeri da carneficina (per fortuna): i tedeschi desideravano solo guadagnare tempo; gli alleati avevano una tale superiorità da non voler rischirare troppo; gli italiani erano già proiettati per l'ennesimo valzer di casa Savoia. Tra i ragazzi della generazione sfortunata, a morire furono quelli tennero la divisa buttata dai più, che ubbidirono agli ordini ai quali molti si sottrassero, che decisero di compiere il loro dovere senza se e senza ma.

Post giugno 2004.
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giovedì 19 luglio 2012

"L'armadio della vergogna" di Franco Giustolisi

C'è un palazzo cinquecentesco a Roma, in via Acquasparta, sede della procura generale militare. Li affluivani, dopo la liberazione, i fascicoli degli eccidi compiuti, tra il 43 e il 45 il nostro paese. Nazisti e fascisti, SS e repubblichini di Salò fecero decine di migliaia di vittime. Quindici, forse ventimila italiani innocenti, gente senz'armi, civili in fuga dalla guerra. Per lo più donne, vecchi e bambini: non furono rappresaglie, anche se le fecero passare per tali, la loro esatta definizione è omicidi. La gran maggiornanza dei carnefici ha potuto farla franca.
La descrizione di quei misfatti, le prove, le testimonianze, avvenne per caso  nel 1994. Il libro spiega chi e perchè nascose nell'armadio queste testimonianze.
Dall'introduzione di Giustolisi al libro:
Impressiona la memoria collettiva che Mussolini, il bonaccione, secondo Berlusconi, fu crudelmente esposto a testa in giù in piazzale Loreto. Peccato che si dimentichi di ricordare cosa successe su quella stessa piazza, poco meno di un anno prima, il 10 agosto 1944. Quindici civili, prelevati dal carcere milanese di San Vittore, furono fucilati dai repubblichini, comandati da un ufficiale delle SS. Fu dato l'ordine di ladciare i cadaveri sull'asfalto, fu vietato ai familiari anche solo di poterli raccogliere per dar loro sepultura.
Ora si pubblicizza la triste storia del sangue dei vinti. Nessuno, negli ultimi anni, in cui pure uno squarcio di verità si era fatto strada con la scoperta dell'armadio della vergogna, ha fatto salire alla ribalta, ha dato gran peso, ha ricordato, ricorda il sangue delle vittime.
Il 27 gennaio si celebra la giornata della memoria, memoria di tutti e per tutti. Ma pochi lo sanno. E per inveterata abitudine mediatica, si fa riferimento al solo dramma dell'olocausto, che nulla potrà far mai dimenticare. Il 10 febbraio è diventato il giorno delle foibe e dell'esodo degli istriani, costretti a questo, ma nessuno lo dice, dalla guerra fascista.
E i bambini e le donne, i vecchi uccisi dai nazisti e dai repubblichini? E i militari trucidati? E quelli imprigionati nei lager? Meritano anch'essi rispetto, ricordo, riconoscenza. Il loro sacrificio, insieme a quello dei partigiani, ha generato la Costituzione, la Repubblica, la nostra democrazia.     

Post del 9/5/2004
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mercoledì 11 luglio 2012

Grazie presidente

Grazie presidente Ciampi per non avere concesso la grazia a Priebke.
Come ha affermato lei, la grazia deve venire dietro un sentimento di pentimento (mai espresso) e per concessione dei parenti delle vittime.
Dietro l'attentato di via Rasella 23 marzo 1944 si è detto poco e male:

-si è data la responsabilità del massacro delle Fosse Ardeatine sui partigiani Gappisti che organizzarono l'attentato. Circa la questione delle rappresaglie i partigiani italiani avevano stabilito di non cedere a questo ricatto, perchè questo avrebbe spento sul nascere tutte le attività partigiane.
-la stessa decisione era stata presa dai partigiani francesi: ad es dai lavoratori ferroviari, che sistematicamente bloccavano o sabotavano i convogli tedeschi. Anche per questi la rappresaglia fu dura: molti ferrivieri furono uccisi o deportati nei campi di sterminio: ma nessun in Francia si è mai permesso di dare questa responsabilità ai partgiani.
-dopo l'attentato nè Kesserling nè altri esponenti dell'esercito tedesco emisero dei comunicati in cui chiedere agli attentatori di "farsi avanti", per evitare ritorsioni contro civili. Solo dopo la rappresaglia venne pubblicato sul quotidiano "Il giornale d'Italia" (del 26 marzo) un trafiletto nel quale si condannava l'attentato e che concludeva dicendo "Questo ordine è già stato eseguito."
-L'uccisione di 10 italiani per ogni tedesco rimane comunque qualcosa di mostruoso: non era mai avvenuto prima nella 2 guerra mondiale. Chi vuole incolpare i partigiani di ciò, lo dice per non voler dare a questi lo status di belligeranti, negando il ruolo avuto per la librazione dell'Italia. Rimane il fatto che le vittime furono 335 e non 330 (se proprio vogliamo tirare in ballo le leggi di guerra)....

Infine voglio riportare un paragrafo del libro "Roma città aperta" di Robert Katz: è la testimonianza di Priebke e Kappler sulla modalità delle uccisioni alle Fosse Ardeatine.
La già incerta disciplina venne messa definitivamente in percolo dal tenente Wetjen, che rifiutò di sparare perchè sosteneva di essere "nauseato". Kappler lo trattò con gentilezza, ricordandogli il dovere di eseguire gli ordini "da bravo soldato".
<Non è così facile> esclamò Wetjen.
<Vi sentireste meglio se io fossi al vostro fianco, mentre sparate?> incalzò Kappler. Wetjen rispose di sì. "Gli passai un braccio attorno alla vita" raccontò poi Kappler "e ci recammo insieme alle cave", ognuno sparando alla propria vittima.

giovedì 5 luglio 2012

Lettura "Storia d'Italia 7 1919-1936"

Dopo aver letto il primo volume della serie ed essermi ripromesso di leggere anche il secondo, ho fatto un salto di quanche secolo e sono passato agli anni dell'ascesa del fascismo.
Il volume inizia con gli anni di crisi, economica e politica, che seguirono la fine della I Guerra Mondiale. L'ascesa di Mussolini, prima nel partito socialista e in seguito, dopo che ne era stato scacciato, nel partito dei Fasci di Combattimento. E' importante capire come sia stato possibile passare da un regime democratico (quasi, non c'era ancora il voto alle donne ad es.) verso la dittatura. 

Il link per il secondo volume "L'Italia littoria"

"Storia d'Italia" - Indro Montanelli

Ho preso in edicola (era gratis) il primo libro della serie del Corriere della Sera sulla Storia d'Italia.
Il primo volume parte da Constantino fino ad arrivare all'Italia dei Comuni. Il tono del libro è discorsivo, diversamente dai consueti libri di storia, ricchi di date e nomi. L'accento è posto anche sulle condizioni di vita delle persone dell'epoca (veremente misere a causa del crollo del impero e per le invasioni barbariche). E' un periodo storico su cui, fino ad adesso avevo letto poco. 

Il link per ordinare il libro su ibs.
(28/12/2003)

"Il tiranno" di Valerio Massimo Manfredi

Dai gialli ai romanzi storici: il libro che sto leggendo è ambientato in sicilia nel V sec a.c. Il Tiranno.
L'autore, Valerio Massimo Manfredi, narra la vita di Dionisio I, che fu noto ai posteri come il Tiranno. Visse a Siracusa nel periodo in cui sull'isola incombeva la minaccia di Cartagine: si rende conto che le città stato greche, governate da democrazie, non sono in grado di fronteggiare il pericolo cartaginese. Solo un governo governato da una sola persona può farlo. Lo stile letterario, almeno nella prima parte, segue quello dell'Ultima Legione, mescolando romanzo e narrazione storica. 

Il link per ordinare il libro su ibs
(post del 11/12/2003)

Nuovo libro: "JFK: sulle tracce degli assassini"

Sto leggendo il libro di Jim Garrison "JFK: sulle tracce degli assassini".
Da questo libro,il regista Oliver Stone, ha tratto il film "JFK: un caso ancora aperto". Il libro mette in evidenza le leggerezze e le omissioni della commissione Warren, che stabilì che ad uccidere JFK fosse stato un pazzo isolato. Vengono citati testimoni non ascoltati che riferirono di quattro spari, provenienti da davanti e non da dietro (da dove avrebbe dovuto sparare Oswald). Oswald stesso, dopo aver disertato in Russia (durante la guerra fredda!!!), torna negli Stati Uniti senza subire nessun processo. 

Il link per ordinare il libro su Amazon.
(post del 7/12/2003)

Nuova lettura: Faccetta Nera

Questa volta mi sono dato al vecchio amore: i libri di storia. Ho iniziato infatti "Faccetta Nera" di Arrigo Petacco.
Il libro tratta una parte della storia italiana poco conosciuta: le nostre guerre coloniali. Una prima fase avenne poco dopo l'unità d'Italia, alla fine del 1800, con l'acquisto dei territori di Eritrea e Somalia (1885). Dopo l'insediamento nelle zone costiere si tentò un'esponsiane verso l'interno: nel regno dell' Abissinia (attuale Etiopia). L'esercito italiano fu sconfitto duramente a Macallè ed Adua: fu la prima sconfitta di un esercito "bianco" da parte di un esercito "nero". La seconda fase avvenne nel 1935: morto il negus Menelik II, il potere fu assunto da Haile Selassiè. Nel 1936 il generale Badoglio entrò in Addis Abeba e fu pronunciato il famoso discorso: "l'impero torna sui colli fatali". 

Il link per ordinare il libro su ibs.

(post del 9/11/2003)