mercoledì 26 settembre 2012

La loggia degli innocenti Michele Giuttari

Secondo libro di Michele Giuttari: avevo apprezzato il precedente ("Scarabeo") per le descrizioni degli ambienti della questura, il clima delle indagini. Meno per la storia in sè: soprattutto il finale, come se fosse stato scritto troppo in fretta.
"La loggia degli Innocenti" inizia col ritrovamento del cadavere di una ragazzina, cui la polizia non riesce a stabilire l'identità. Mentre tutti classificano frettolosamente la morta come "giovane prostituta", morta per overdose, solo il commissario Ferrara, capo della squadra mobile di Firenze,  si ostina a voler scoprire come è morta. Scopre che, forse, il primo medico che l'ha presa in cura, non ha compiuto in modo corretto gli esami per stabilire se la ragazza (che viene temporaneamente ribattezzata Stella) fosse stata drogata. Ma l'indagine sul versante medico viene bloccata dall'alto.
Contemporaneamente l'amico libraio, Massimo Verga, scompare, assieme alla moglie di un industriale Simonetta Tonelli, di cui era l'amante. Massimo Verga è accusato della morte del marito, Ugo Palladiani, trovato morto dai carabinieri nella propria casa in Versilia. Ferrara dopo uno scontro col capitano dei cc, che seguono la pista del delitto passionale, è costretto a prendersi una vacanza per poter indagare in proprio. Solo dopo la morte di una giornalista, che stava seguendo anch'essa il delitto della Versilia, Ferrara inizia ad intuire la verità. In Toscana è in atto l'infiltrazione di cosche mafiose, che si occupano del traffico della droga, che adoperano le cave di marmo (di cui Simonetta Tonelli era proprietaria) come base per lo smercio.


Un buon libro, meglio del precedente, con una storia ben strutturata, ma siamo ben al sotto della definizione "un romanzo che consacra definitivamente Giuttari come uno dei maestri del thriller italiano".
Quali sono gli aspetti meno riusciti? Prima di tutto il libro è troppo incentrato sulla figura di Michele Ferrara: tutti gli altri personaggi fanno la figura di comparse. Giuttari avrebbe dovuto dosare meglio il peso delle persone: in questura vale il gioco di squadra, perchè non dare più luce ai vari Serpico, Rizzo ecc.?
Secondo: la descrizione dell'ambiente nel quale si svolge il giallo: di Firenze l'unico aspetto che emerge è l'afa estiva. Un pò poco. Impari da altri giallisti: da Colaprico, Machiavelli, Lucarelli, Camilleri, fino ad arrivare all'estremo di Biondillo, la cui descrizione dei quartieri di Milano e dei suoi personaggi, quesi mette in ombra la storia investigativa.
Infine, Ferrara stesso: troppo poco riflessivo. Mancano i suoi pensieri, le sue debolezze, le sue passioni (oltre a quella del sigaro). Ci vorrebbe un pò dell'autoironia dei personaggi di Lucarelli (penso al sovrintendente Coliandro) o Machiavelli (il sergente Sarti), le riflessioni di Montalbano (penso all'inizio de "Il giro di Boa", con la rabbia per le notizie del G8) e le sue debolezze (il cibo, il suo sentirsi un Dio in terra, magari di quart'ordine).
Da un poliziotto come Giuttari, con la sua esperienza, possiamo e dobbiamo aspettarci di meglio.


Aprile 2005
il link su ibs

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